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Il Corriere della Sera lancia la sfida ad Amazon

Nel presente e nel futuro è possibile, anzi doveroso, creare alternative e barriere all’espansione del grande marketplace. È in gioco il futuro delle nostre aziende e della stessa qualità delle nostre vite.

In un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 21 dicembre scorso, il noto quotidiano milanese (tra le testate più prestigiose al mondo) si domanda se nel presente e nel futuro sia possibile creare una alternativa ad Amazon.

Difatti l’articolista afferma che la pandemia ha sdoganato nuovi rapporti tra consumatori e produttori, grazie alla necessità di acquistare online. In pratica, si dice che persone come luddisti dello shopping, non nativi digitali e casalinghe hanno dato vita ai loro primi acquisti online, come mai avevano fatto in precedenza.

In particolare, gli italiani che acquistano online sono passati da un 34% della popolazione a un 76%. Un balzo in avanti mai visto prima.

L’acquisizione di queste  nuove abitudini viene definita come un “grimaldello” da parte di Amazon per aprire le porte ed entrare nelle case e negli appartamenti di tutta Europa.

A me appare evidente (e credo che l’articolista del Corriere della Sera lo sottintenda) che il termine “grimaldello” voglia rappresentare un pericolo serio. Difatti, se volessimo lasciare ad Amazon lo spazio che via via sta tentando di conquistare, presto saremo costretti ad acquistare soltanto ciò che la company di Jeff Bezos vorrà mettere in vendita

Produttori e consumatori sarebbero alla sua mercè.

L’economia italiana, europea e di tutto il mondo certamente non se lo può permettere, in quanto andrebbero a rischio imprese, stipendi e qualità della vita di ognuno di noi.

Parlando dell’Italia in particolare, anche il New York Times ha recentemente sottolineato come Amazon stia tentando di intromettersi nelle nostre più antiche tradizioni. Ecco, qui sotto, la foto di apertura dell’articolo a cui mi riferisco.

Tornando all’articolo del Corriere della Sera, si sottolinea che molte aziende italiane, dopo la prima ondata di chiusura forzata, si sono fatte trovare preparate al nuovo scossone del dopo estate, procurandosi propri ecommerce capaci di presentarsi sul mercato online con grande efficacia.

Si tratta di negozi virtuali che si sono sostituiti alla drogheria sotto casa (a volte è la stessa drogheria che ha deciso di convertirsi online) e che stanno contribuendo a fare “sistema”, affinché l’Italia e l’Europa non diventino il magazzino di Amazon e il suo conseguente territorio di conquista.

In tutto questo il nostro Paese può giocare un ruolo di preminenza, in quanto gode di infrastrutture culturali e materiali superiori a quanto si possa credere

Le stesse Poste Italiane si sono organizzate egregiamente per la logistica e lo smistamento degli ordini. Ma anche esistono piccole realtà che sono in grado di mettere in campo competenze creative e funzionali per avviare ecommerce di proprietà delle nostre PMI, capaci di ottenere risultati di vendita concreti.

Gli stessi negozianti, che oggi soffrono più di tutti la pandemia, possono utilizzare l’ecommerce per sfruttare a proprio vantaggio le nuove tecnologie e la consolidata abitudine ad acquistare online da parte del consumatore finale.

Esistono tecniche consolidate che consentono una interazione tra vendite tradizionali ed ecommerce. Si tratta di comprenderne l’efficacia e di avere la volontà di metterle in pratica.

Unico e vero ostacolo al rinnovamento e, di conseguenza, alla ripresa delle attività commerciali è l’inerzia di alcuni imprenditori, ancora titubanti nel dare una svolta al proprio sistema delle vendite. Purtroppo, la maggior parte di questi imprenditori è destinata a chiudere. Molti lo hanno già fatto.

Bene farebbero, questi imprenditori, a leggere di più e ad informarsi meglio sul mondo degli ecommerce. Prima che sia troppo tardi.

Noi stessi mettiamo a disposizione delle call gratuite per informare e ragionare di ecommerce con produttori e commercianti. Lo facciamo perché riteniamo essenziale distribuire cultura e rendere più consapevole il mercato. 

Altrimenti vincerà Amazon.

Come conclude il Corriere della Sera, nell’articolo che ho citato, il salto attitudinale provocato dalla pandemia è un cambiamento epocale dal quale non si torna indietro, sia nel settore retail che nel business-to-business (b2b).

Italia, dunque, in primo piano sia per le nostre eccellenze imprenditoriali, sia per l’agilità con cui siamo capaci di muoverci, se solo abbiamo la volontà di farlo. 

Ovviamente, servono nuove competenze ed un affiancamento costante da parte di chi conosce a fondo le logiche delle vendite online, che sono molto diverse da quelle delle vendite tradizionali.

L’alternativa ad Amazon, dunque, non solo è possibile ma persino doverosa. Per il futuro delle nostre imprese, per la qualità del nostro lavoro e per la nostra totale indipendenza e autonomia.

Chiudo questo mio post con un virgolettato tratto proprio dall’articolo del Corriere della Sera, con cui si invita a intraprendere un nuovo percorso imprenditoriale: “Si può stimolare un humus fatto di nuova imprenditoria, nuova ricchezza e nuova cultura. Non solo per accrescere il Pil o il gettito fiscale, ma anche per coltivare know how ed expertise che sono alla base della capacità di innovare ed intraprendere in mercati che questi giorni ci dicono saranno sempre più competitivi”.

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